Palazzetto Zuccari a Roma: premonizioni di decadentismo dannunziano
A Palazzetto Zuccari «è raccolta, come un’essenza in un vaso, tutta la sovrana dolcezza di Roma». Sono le parole di Andrea Sperelli, il protagonista del “Piacere”, capolavoro di Gabriele D’Annunzio.
Quale migliore scenografia per il romanzo-manifesto dell’estetismo italiano? Nelle stanze nascoste dell’edificio d’inizio XVI secolo esalavano i profumi di rose «folte e larghe», che, immerse in coppe di cristallo come in una «prigione diafana», parevano quasi «spiritualizzarsi» per «meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta».
Il Palazzetto, come un trasgressivo dandy a spasso per piazza Trinità de’ Monti, si diverte a impressionare e sbalordire chi lo osserva: i tre mascheroni affacciati su via Gregoriana sono una sorta di premonizione seicentesca dell’atteggiamento eccentrico tipico degli esponenti di quel movimento decadentista, i quali, fra XIX e XX secolo, aspiravano a costruirsi delle vite in forma d’arte.
Del resto lo stesso Federico Zuccari (1539-1609), pittore di Urbino, importante rappresentante del manierismo italiano, immaginò questa sua dimora per dare pubblica mostra d’estro e valentia. E per terminarla rimase sul lastrico.
Palazzetto Zuccari ospita dal 1913 l’Istituto Max-Planck per la Storia dell’Arte e la Biblioteca Hertziana, uno degli archivi di documentazione più importanti del mondo sull’arte italiana, completamente ristrutturato in questi ultimi anni da Enrico De Gai e Juan Navarro Baldeweg. Nelle cantine della Biblioteca sono stati recentemente rinvenuti resti probabilmente relativi alla villa romana di Lucullo.
Arte e vita qui provano a coincidere.
Henriette Hertz con Ernst Steinmann e Paul Deussen
Ernst Steinmann sulla terrazza di Palazzo Zuccari
Juan Navarro Baldeweg, modelli della Biblioteca Hertziana
Juan Navarro Baldeweg, modello del Palazzetto Zuccari
Juan Navarro Baldeweg, pianta del piano terra della Biblioteca Hertziana












